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Ipertensione Arteriosa

Cosa si intende per ipertensione arteriosa?

L’ipertensione arteriosa viene definita come un aumento della pressione del sangue oltre il limite di 139 mmHg per la pressione massima e/o di 89 mmHg per la minima

Basta un solo riscontro di valori alti di pressione per dire che una persona ha l’ipertensione arteriosa?

Dipende dal valore di pressione riscontrato: se ad esempio la massima è 180 mmHg o più, e/o la minima 110 mmHg o più (se vi è cioè un’ipertensione sistolica e/o diastolica di 3° grado -vedi in seguito-), bastano un paio di misurazioni effettuate in un’unica visita per definire una persona come ipertesa (essere ipertesi significa appunto avere la pressione alta, e non essere nervosi, come spesso viene equivocato) e per iniziare senza troppi indugi una cura farmacologica. Se invece i valori di pressione eccedono di poco il limite superiore normale di 139/89 (se vi è cioè un’ipertensione di 1° grado), sono necessarie ulteriori misurazioni da effettuare in diverse visite per vedere se i valori elevati si confermano. Infatti, la pressione arteriosa varia continuamente, sia spontaneamente, sia come risposta a stimoli ambientali, quali uno sforzo fisico o uno stress emotivo o il fumo di sigaretta o altri ancora, tutti stimoli che fanno alzare rapidamente e più o meno fugacemente la pressione. Perciò, prima di etichettare qualcuno come iperteso, è necessario 1) che la pressione gli venga misurata in assenza degli stimoli ambientali appena ricordati, e 2) che valori poco più alti del limite superiore della norma (139/89 mmHg) eventualmente rilevati vengano confermati misurando la pressione almeno 3 volte per visita in svariate visite.

Qual è la causa dell’ipertensione arteriosa?

Nella stragrande maggioranza dei casi non è nota, e si parla allora di “ipertensione essenziale”, definizione che sta appunto a significare che in questi casi la causa dell’ipertensione non è conosciuta. Genericamente si può affermare che nell’ipertensione essenziale vi è una componente ereditaria che, interagendo con l’ambiente, e in particolare con le abitudini alimentari, provoca nei soggetti predisposti, attraverso meccanismi ancora non ben conosciuti, un rialzo dei valori di pressione oltre i limiti normali.

E’ vero che la pressione arteriosa aumenta con l’età, e che quindi in un anziano la pressione alta è “normale”?

Effettivamente la pressione arteriosa, nelle popolazioni dei paesi industrializzati, aumenta con l’età. La pressione massima aumenta progressivamente con il passare degli anni, mentre la minima si stabilizza sui 50/60 anni. Questo vale per la popolazione nel suo insieme, non necessariamente nelle singole persone. Però, se per un anziano è abituale avere la pressione massima elevata (avere cioè una ipertensione sistolica), questo non significa che l’ipertensione sistolica dell’anziano sia innocua. Anzi, a parità di pressione, un anziano rischia più di un giovane di incorrere nei guai legati alla pressione alta.

Quali sono le conseguenze della pressione alta?

L’ipertensione arteriosa non è una vera e propria malattia, ma è un “fattore di rischio” per l’infarto del miocardio e per l’”ictus” cerebrale (e per altre malattie del sistema cardiocircolatorio, che per brevità non vengono qui ricordate). Detto in parole più semplici, le persone con la pressione alta non sono malate, e possono star bene anche per tutta la vita. Tuttavia, rispetto alle persone con pressione normale della stessa età e con un carico sovrapponibile di altri fattori di rischio cardiovascolare (genere, fumo di sigarette, livello del colesterolo nel sangue, presenza o meno di diabete), hanno una probabilità doppia di avere in futuro un infarto del miocardio, e una probabilità quadrupla di avere un accidente cerebrovascolare o “ictus” (termine che comprende sia la trombosi sia l’emorragia cerebrale).

Curare l’ipertensione arteriosa ne previene le conseguenze negative?

Se si abbassa la pressione, si riduce ma non si annulla l’eccesso di rischio di infarto dovuto all’ipertensione, mentre si annulla totalmente l’eccesso di rischio di ictus.


Il rischio associato all’ipertensione dipende dai valori di pressione?

Sì: è dimostrato ormai da più di mezzo secolo che la probabilità di incorrere nelle malattie appena ricordate (infarto e ictus, sia letali sia non letali), e anche in altre condizioni patologiche (l’insufficienza cardiaca è la più importante) aumenta in modo netto, continuo e indipendente con l’aumentare dei valori di pressione. Per ragioni pratiche, e in modo un po’ arbitrario, sono stati definiti, in base al valore di pressione massima e minima, tre gradi di ipertensione arteriosa sistolica (=aumento della pressione massima) e/o diastolica (=aumento della pressione minima), associati in modo crescente al rischio delle conseguenze già ricordate della pressione alte.
Una ipertensione è definita di 1° grado (in precedenza era definita “lieve”) quando la pressione massima è tra 140 e 159 mmHg e/o la minima è tra 90 e 99 mmHg. Si parla di ipertensione di 2° grado (in precedenza” moderata”) quando la massima è tra 160 e 179 mmHg e/o la minima tra 100 e 109 mmHg, e di ipertensione di 3° grado (in precedenza “severa”) con la massima superiore a 180 e/o la minima superiore a 110 mmHg.


A quali valori di pressione bisogna incominciare una cura specifica?

La decisione di iniziare o meno un trattamento dipende non soltanto dai valori di pressione arteriosa, ma dalla valutazione del “rischio cardiovascolare globale”, a determinare il quale concorrono, oltre all’ipertensione, anche altri fattori di rischio cardiovascolare e patologie cardiache e cerebrovascolari eventualmente già presenti.
Per fare un paio di esempi, se il signor Rossi ha già avuto un infarto e ha 150/88 di pressione, vale a dire una ipertensione sistolica “lieve” (di 1° grado), è classificabile come soggetto a rischio cardiovascolare molto elevato (per l’infarto che ha avuto, non certo per il modesto rialzo di pressione!), e la sua ipertensione seppur lieve va prontamente trattata con farmaci ad hoc (naturalmente vanno rimossi, ove sia possibile e se sono presenti, anche gli altri fattori di rischio cardiovascolare). La signora Bianchi, che abbia una pressione più alta del signor Rossi, es 170/98 mmHg, vale a dire una ipertensione sia sistolica sia diastolica “moderate” (di 2° grado) ma che non abbia nessun altro fattore di rischio, e neppure patologie circolatorie già presenti, ha un rischio cardiovascolare globale medio. Una eventuale terapia antiipertensiva con farmaci va consigliata alla signora Bianchi solo se, dopo alcuni mesi di osservazione e di trattamento con misure non farmacologiche (vedi), i valori di pressione non si siano normalizzati

Come curare l’ipertensione con rimedi non farmacologici?

Tutti gli ipertesi, anche quelli che devono assumere farmaci antiipertensivi, dovrebbero seguire alcune modificazioni dello stile di vita e delle abitudini alimentari e voluttuarie, modificazioni che si sono dimostrate in grado di ridurre i valori pressori. Se l‘ipertensione è di primo grado, questi rimedi potrebbero da soli normalizzare i valori di pressione, e quindi rendere superfluo l’uso di farmaci. Se l’ipertensione è di grado più elevato, abbassare la pressione con rimedi non farmacologici è comunque utile, dato che può ridurra la quantità di medicinali antiipertensivi da prendere. I mezzi non farmacologici vanno ovviamente praticati a tempo indeterminato.
Eccone l’elenco. Tutti gli ipertesi:
*dovrebbero ridurre il peso corporeo, quando in eccesso;
*dovrebbero ridurre il consumo quotidiano di alcol etilico a non più di 30 ml nell’uomo (quantità contenuta in 2 bicchieri di vino, o 2 lattine di birra, o due bicchierini di superalcolici) e 20 ml nella donna;
*dovrebbero introdurre complessivamente con la dieta non più di 6 grammi di sale circa il giorno, considerando nella dose complessiva anche il sale contenuto nei cibi conservati (in sostanza, non dovrebbero salare il cibo, e dovrebbero evitare i cibi conservati salati tipo formaggio, salumi, pesci in scatola ecc);
*dovrebbero consumare frutta e verdura in abbondanza (cinque porzioni il giorno);
*dovrebbero praticare un esercizio fisico aerobico (come camminare a piedi a passo lesto, andare in bicicletta spingendo un po’ sui pedali, corricchiare, nuotare) per 30-45 minuti 3-4 volte la settimana;
*dovrebbero abolire il fumo di sigarette. Smettere di fumare non modifica di per sé la pressione, ma abolisce uno dei più rilevanti fattori di rischio cardiovascolare.

I farmaci antiipertensivi sono tutti uguali?

Qui non è il caso di parlare in modo dettagliato dei diversi farmaci disponibili per abbassare la pressione. Quello che si può dire è che non esiste il farmaco perfetto che normalizzi la pressione a tutti gli ipertesi, li faccia vivere più a lungo prevenendo le malattie cardio e cerebrovascolari associate all’ipertensione, non crei disturbi a chi lo prende, sia da prendere una sola volta il giorno, e magari, oltre ad abbassare la pressione, interferisca favorevolmente con patologie eventualmente concomitanti. Sarà il medico di medicina generale (o, nei casi molto complessi, lo specialista) a decidere, insieme all’interessato, la migliore terapia individualizzata e “tagliata su misura” per lui

Quali valori di pressione bisogna cercare di raggiungere con la terapia?

L’obiettivo da ottenere è una pressione inferiore a 140 mmHg per la massima e 90 mmHg per la minima. In casi particolari, come nei soggetti diabetici e in quelli con insufficienza renale o cardiaca, bisogna puntare a raggiungere valori di pressione ancora più bassi, vale a dire inferiori a 135/85 mmHg

Esistono ipertesi resistenti ai farmaci?

Sì, esistono, ma sono molto rari, e in genere sono ipertesi “secondari”, nei quali cioè l’ipertensione ha una causa ben identificabile, renale o endocrina, e spesso rimovibile chirurgicamente, con normalizzazione della pressione.
Fra gli ipertesi “essenziali” (che costituiscono la stragrande maggioranza degli ipertesi), è decisamente infrequente la resistenza a una terapia basata su tre differenti principi attivi dotati di meccanismi d’azione differenti e combinati in modo logico dal medico, prescritti in dosi adeguate, assunti regolarmente dall’iperteso (il quale non deve peraltro prendere altri medicinali o comunque composti che possano interferire con l’effetto degli antiipertensivi, quali gli antiinfiammatori steroidei e non steroidei -come cortisone, aspirina e simili-, i decongestionanti nasali, alcuni contraccettivi orali, amfetamine e cocaina, alcol etilico in quantità elevata, e altri ancora). Una resistenza a una terapia ben condotta è materia per specialisti

Bibliografia minima:

• Guidelines Subcommittee 1999 World Healt Organization-International Society of Hypertension Guidelines for the Management of Hypertension, Journal of Hypertension 1999; 17; 151-183, Disponibile su: www.who.int/ncd/cvd/HT-Guide.html

• The Sixth Report of the Joint National Cpmmittee on Prevention, Detection, Evaluation, and Treatment of High Blood Pressure, Archives of Internal Medicine 1997; 157; 2413-2466, Disponibile su: www.ama-assn.org/internal

 
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